Un tetto per tutti - Alternative al cielo a scacchi

Alcune analisi

- Giovani e detenzione
- Donne e detenzione
- Famiglia e reti relazionali
- Istruzione, formazione e lavoro
- Stranieri e detenzione
- Il problema casa

Giovani e detenzione
Come visto in precedenza, la ricerca svolta nelle carceri milanesi nel 2006 ha confermato il dato relativo all’età estremamente giovane della popolazione detenuta. La quasi totalità dei detenuti milanesi è risultato avere un’età tipicamente ‘lavorativa’ e quasi i due terzi si concentravano nella classe d’età compresa tra i 25 e i 44 anni.
Confrontando questi risultati con i dati dell’ultimo censimento della popolazione italiana si dimostra ancor più chiaramente come il fenomeno della carcerazione riguardi in misura significativamente maggiore la popolazione giovane e in piena età lavorativa. Le persone con età compresa tra i 25 e i 44 anni rappresentavano, come abbiamo appena visto, quasi i due terzi della popolazione detenuta a Milano ma costituivano al Censimento 2001 soltanto circa un terzo della popolazione residente in Lombardia.
I tassi di detenzione (numero di persone detenute ogni centomila abitanti), calcolati per fasce di età, risultavano ancora più emblematici. In Lombardia, il tasso di detenzione calcolato sull’intera popolazione adulta4, risultava essere di 114; per la fascia di età compresa tra i 18 e i 25 anni esso saliva a 144, per quella tra i 25 e i 34 anni arrivava a 200, per quella tra i 35 e i 44 anni era di 186; d’altro canto, il tasso di detenzione calcolato sulla popolazione con più di 45 anni risultava essere soltanto di 53 detenuti ogni 100.000 abitanti. Ciò significa che un giovane tra i 18 e i 25 anni aveva – ma tali dati e tali dinamiche sono rimaste costanti negli anni successivi – quasi il quadruplo delle probabilità di finire in carcere rispetto a una persona con più di 45 anni. La stessa indicazione (con una concentrazione maggiore tra i 25 e i 44 anni) emergeva anche dall’analisi dei dati a livello nazionale.

Donne e detenzione
La detenzione femminile, ancor più di quella maschile, è risultata essere legata spesso a situazioni di estrema vulnerabilità sociale; vulnerabilità che, in misura più marcata che tra gli uomini, può essere ricondotta essenzialmente a due fattori: il difficile rapporto col mondo del lavoro e la maggiore fragilità familiare.
Pur avendo un titolo di studio mediamente più elevato, il rapporto con il mondo del lavoro che è emerso dalle risposte delle donne detenute a Milano appariva decisamente più difficile di quello dei loro compagni di detenzione: al momento dell’arresto lavoravano regolarmente solo poco più di un terzo delle detenute, una percentuale nettamente inferiore a quella maschile (poco più della metà del campione); più spesso degli uomini, le donne detenute avevano perso il lavoro già da tempo oppure non ne hanno mai avuto uno.
Al momento dell’arresto le detenute milanesi avevano ancora più raramente dei maschi un’occupazione in regola, mentre molto più spesso erano disoccupate; anche tra coloro che avevano un lavoro, la maggiore fragilità femminile risultava visibile nelle aspettative negative che le intervistate hanno manifestato rispetto alla possibilità di riprendere l’attività che svolgevano prima dell’arresto.
Gli studi sulle nuove povertà indicano nelle donne sole o rimaste sole dopo un fallimento matrimoniale, soprattutto se con figli a carico, una categoria particolarmente a rischio di vulnerabilità sociale. L’indagine ha permesso di verificare che si tratta di una condizione particolarmente frequente tra le donne detenute.
È già stata segnalata la maggiore frequenza tra le donne di convivenze extra-matrimoniali, di matrimoni interrotti per separazione o divorzio e di situazioni di vedovanza. Più frequentemente che tra gli uomini, queste situazioni si accompagnano anche alla presenza di figli: più frequenti che tra i maschi sono infatti risultate tutte le situazioni di famiglie monoparentali, una condizione che coinvolgeva complessivamente quasi una mamma detenuta su due considerando insieme i casi di mamme nubili e non conviventi, di mamme separate o divorziate e di mamme vedove.

Famiglia e reti relazionali
Gli effetti della carcerazione non agiscono soltanto nella vita di chi è detenuto. Come le condizioni economiche e sociali della detenzione sono prodotte per lo più all’interno degli ambiti familiari e dei contesti di riferimento (territoriali o sociali), così anche i suoi effetti coinvolgono, a loro volta, le strutture familiari e le reti primarie di prossimità.
Proiettando il dato rilevato dall’indagine sull’intera popolazione detenuta in città, si è potuto stimare che i figli che avevano il proprio padre o la propria madre detenuta in carcere a Milano, al momento della rilevazione, potevano essere complessivamente circa 4.000 - 4.500.
Quasi il 40% degli intervistati ha dichiarato che la propria famiglia contava solo sul proprio sostegno economico e un altro 25% circa che, anche se non costituiva l’unica fonte di reddito familiare, ne rappresentava comunque quella principale; ma se chi contribuiva poco o nulla al reddito familiare è risultato essere per lo più celibe o nubile e non convivente, chi rappresentava la fonte di reddito unica o principale aveva quasi sempre una propria famiglia e dei figli. Infatti, tre volte su quattro chi ha dichiarato di essere l’unica fonte di reddito per il proprio nucleo familiare ha anche dichiarato di avere dei figli fuori dal carcere. Considerando solo coloro che hanno dichiarato di avere figli, si ricavava che in tre casi su quattro la carcerazione ha tolto alla famiglia la principale fonte di reddito: per circa un quarto dei genitori detenuti si trattava della fonte di reddito principale, anche se non unica; per più della metà di essi si tratta addirittura dell’unica fonte di reddito per l’intero nucleo familiare.
La dipendenza economica che la famiglia aveva rispetto alla persona finita in carcere è risultata inoltre crescere con l’aumentare del numero di figli: a vedersi privati dell’unica fonte di reddito sono state infatti meno del 50% delle famiglie di detenuti con uno o due figli e più del 60% delle famiglie con almeno tre figli; considerando complessivamente tutti i casi in cui la persona finita in carcere costituiva il principale sostegno economico per la famiglia, queste percentuali oscillavano da poco più del 70% delle famiglie con un solo figlio a più dell’85% delle famiglie con più di tre figli.

Istruzione, formazione e lavoro
Dai dati relativi alla condizione professionale e al rapporto col mondo del lavoro è emersa una situazione di estrema difficoltà, caratteristica soprattutto – come era facilmente prevedibile – dei detenuti giovani o giovanissimi che sono risultati essere per lo più disoccupati (quasi il 50% tra i detenuti di età compresa tra 18 e 20 anni) o con un’occupazione ‘in nero’ (quasi un terzo dei rispondenti nella stessa fascia d’età).
Tuttavia, anche se si è verificato un progressivo calo nella percentuale di persone disoccupate al momento dell’arresto al crescere dell’età anagrafica, la condizione di disoccupazione o di irregolarità lavorativa restava comunque molto elevata per tutte le classi di età fino ai quarant’anni, non scendendo mai al di sotto della metà del campione. Ovviamente le persone con più di quarant’anni sono risultate essere quelle che più spesso avevano un lavoro regolare al momento dell’ingresso in carcere, ma la frequenza di situazioni di disoccupazione o di irregolarità lavorativa restava comunque molto elevata anche tra gli ultraquarantenni.
Questa situazione di disoccupazione diffusa o comunque di elevata precarietà lavorativa risultava ulteriormente aggravata dal basso profilo caratteristico della popolazione detenuta anche per quanto riguarda l’istruzione. È già stato evidenziato come la popolazione detenuta che ha partecipato all’indagine avesse un livello di istruzione mediamente molto basso, con una larga sacca di analfabetismo, una quota rilevante di persone che non avevano concluso il percorso di studi della scuola dell’obbligo e una scarsissima presenza di persone in possesso di un’istruzione superiore. Ma l’istruzione costituisce un dato significativo per valutare indirettamente la situazione di vulnerabilità sociale ed economica delle persone detenute e delle loro famiglie; il livello d’istruzione della persona che rappresenta il riferimento economico principale per la famiglia è infatti uno dei fattori discriminanti principali considerati negli studi sulla condizione sociale delle famiglie e sui fenomeni di povertà.
L’analisi del profilo scolastico e lavorativo della popolazione detenuta fornisce quindi un’utile griglia di lettura del fenomeno detentivo milanese (e italiano). Le linee di questa griglia marcano i confini dei ‘territori sociali’ della detenzione raggruppandovi un’estesa area di marginalità socio-lavorativa e di esclusione dai mercati locali del lavoro. Se volessimo individuare chi ha il ‘profilo di rischio’ più elevato rispetto alla possibilità di finire in carcere potremmo basarci su una serie di caratteristiche ben evidenti: il probabile detenuto è un giovane-adulto, con bassa scolarità, disoccupato o con occupazioni saltuarie ‘in nero’; lo stesso profilo che caratterizza il rischio di vulnerabilità e di esclusione sociale nella società esterna.

Stranieri e detenzione
Le persone straniere detenute in Italia sono risultate essere giovani, più degli italiani, e con livelli di istruzione mediamente più elevati rispetto al totale delle persone detenute. Più spesso degli italiani, gli stranieri si trovavano in carcere per la prima volta e avevano minori risorse economiche e sociali, anche se più frequentemente degli italiani ritenevano che dopo la scarcerazione sarebbero riusciti a cavarsela da soli o con l’aiuto di parenti e amici. In genere le persone di origine straniera detenute negli istituti penitenziari milanesi hanno manifestato un maggior livello di precarietà lavorativa precedente all’ingresso in carcere, con una maggiore incidenza di fenomeni di disoccupazione e di lavoro irregolare rispetto agli italiani. La minore incidenza del lavoro ‘regolare’, sia al momento dell’arresto che in qualunque altro momento della loro vita risultava essere per lo più legata alla mancanza di un regolare permesso di soggiorno.
Analizzando le ‘carriere detentive’ e la durata della pena subita e della pena già scontata si è ricavato un quadro fortemente polarizzato: i detenuti stranieri risultavano essere in carcere, mediamente, da meno tempo di quelli italiani (più del 40% degli stranieri era infatti detenuto da meno di sei mesi, contro poco più del 20% degli italiani), con una frequenza decisamente maggiore rispetto agli italiani di prime carcerazioni e casi decisamente più rari di persone che avevano alle spalle già due o più esperienze di detenzione. Questa maggiore presenza di detenuti stranieri entrati in carcere da poche settimane e alla prima esperienza di detenzione era spiegata almeno in parte da un altro dato rilevato che indicava la netta prevalenza di stranieri tra i 188 detenuti in attesa di primo giudizio che hanno compilato il questionario.
Inoltre tra i soli condannati, quasi uno straniero su quattro risultava detenuto per scontare una pena inferiore a un anno di detenzione, mentre gli italiani detenuti per una condanna così breve non erano neanche il 7%.
Questi ed altri dati ricavati dall’indagine hanno fornito un’ulteriore conferma alle denunce di un maggiore utilizzo del carcere come misura cautelare nei confronti delle persone straniere, evidenziando l’esistenza di quel ‘doppio binario’ penitenziario per effetto del quale gli stranieri entrano più facilmente in carcere rispetto agli italiani e ne escono con molta più difficoltà, anche quando la condanna inflitta risulta di lieve entità, e ottengono molto più raramente e con molte più difficoltà benefici premiali e misure alternative alla detenzione. Oltre allo status di immigrato irregolare, l’assenza di un domicilio (quantomeno di un domicilio certificabile) gioca spesso un ruolo cruciale nell’ostacolare l’accesso di questa quota consistente di popolazione detenuta alle possibilità previste dal nostro ordinamento per scontare almeno una parte della pena fuori dal carcere.

Il problema casa
Tra la popolazione detenuta si rileva una vasta area di precarietà abitativa. Un terzo delle persone intervistate ha manifestato una situazione di irregolarità o disagio abitativo e, tra loro, almeno il 10-15% viveva una situazione di disagio grave o di totale mancanza di abitazione, con situazioni di disagio ancor più evidenti tra gli stranieri.
È evidente il rilievo che assume, in generale per tutta la popolazione detenuta, la questione abitativa. La quota rilevante di persone che manifestavano situazioni di disagio economico e abitativo registrata all’interno degli istituti penitenziari risultava ancor più preoccupante in una città come Milano, dove si registrano livelli di affitto tra i più elevati a livello nazionale ed europeo e una grave mancanza nella disponibilità residenziale pubblica o sociale.
Il rapporto tra proprietà e affitto rappresenta poi un ulteriore indicatore della condizione socio-economica delle persone detenute a Milano. Soltanto meno di un terzo di loro infatti viveva in una casa di proprietà e poco più di un terzo abitava invece in una casa in affitto (sociale o di mercato), mentre i dati generali sulla popolazione residente indicano che quasi i tre quarti delle famiglie residenti nel Nord Italia abitano in una casa di proprietà a fronte di meno del 20% che abitano in affitto5.
Il carcere è dunque risultato rivestire un ruolo di contenimento di questa forma così ‘evidente’ di disagio sociale, rappresentata dal non avere un posto dove vivere, con un paradossale effetto di ‘circolo vizioso’ che finisce per aggravare ed estendere l’area del disagio. La situazione abitativa finiva infatti con l’essere spesso compromessa dalla detenzione, poiché solo poco più della metà di chi ha risposto ad una specifica domanda riteneva di poter tornare ad abitare nella stessa casa dove stava, con difficoltà maggiori rilevate tra la popolazione femminile.
La percentuale di chi non sapeva dove andare ad abitare al momento della scarcerazione era decisamente alta, indipendentemente dal numero di anni di pena rimasti da scontare, con un livello di incertezza più elevato per chi era ancora lontano dal momento della scarcerazione (oltre quattro anni di pena residua), ma anche per chi invece era prossimo all’uscita dal carcere (meno di un anno di pena residua). In poco meno del 30% dei casi, infatti, le persone prossime alla scarcerazione non sapevano dove andare ad abitare e meno del 60% dei detenuti che stavano per terminare la pena si dichiarava sicuro di poter tornare a vivere nello stesso alloggio che occupava al momento dell’ingresso in carcere.
La difficoltà nel trovare un luogo dove risiedere appariva dunque più evidente proprio per chi era più prossimo all’uscita dal carcere e, dunque, si doveva porre il problema in maniera più concreta. Anche la lunghezza della pena è risultata influire sulla possibilità (o almeno sulla previsione della possibilità) di mantenere la medesima condizione abitativa precedente all’incarcerazione: anche in questo caso è stata rilevata una polarizzazione delle situazioni di maggior disagio, che riguardano chi aveva subìto una condanna significativa (oltre i quattro anni) e chi aveva avuto una condanna molto breve (inferiore a dodici mesi). Le aspettative emerse tra i detenuti risultavano anche influenzate dal tempo trascorso in carcere: l’incertezza abitativa cresceva infatti col passare degli anni di detenzione.

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